Awwwards

The Imaginary Brian.

L’incontro è fissato per le 3 p.m. nella tearoom di un hotel piuttosto maestoso, piuttosto vittoriano, piuttosto celebre e molto South Kensington. Sono a Londra da tre ore, appena in tempo per gettare il bagaglio a mano sul letto della mia camera d’albergo, guardarmi con desolazione allo specchio e ricordarmi che la città in questione è inclemente con chiome ribelli e tacchi alti.

Sono le 2 di un pomeriggio imprevedibile e, a pochi metri, mi aspetta la luce appannata di un cielo lattiginoso. Non porto ombrelli con me, piuttosto ho stipato un cappello pieghevole in borsa. Alla reception trovo il mio angelo custode, ossia il corrispondente londinese di Your New Sounds. Edward mi saluta calorosamente, con una stretta di mano affatto british.

E’cambiato, Ed, ha qualche chilo in più e la t shirt gli tira impietosa sulla pancia. Rughe: nessuna. La birra ha vantaggi e svantaggi ma certo non aiuta a mantenere la magrezza glam di un aspirante rock star. La t shirt è, naturalmente, un deja vu e gli chiedo con fastidio perché si ostina a presentarsi ai tour e alle interviste, inneggiando ad altre band. Oggi indossa la maglia dei New Order e sul fondo viola campeggia il claim “Touched by the Hand of God”. “Buon Dio, Ingrid, sei rimasta la solita ex ragazza di campagna…incorreggibile.” “Io, ragazza di campagna? Anzi ex ragazza? Sei il solito ex gentleman, Edward. Dove hai parcheggiato quella cosa che tu chiami auto?” (Silenzio, umore nero, inevitabile broncio). Dieci interminabili minuti tra noi e l’auto, ossia la Squalo chiamata con devozione Granny. Sono le 2.20 p.m. e il cielo comincia a cambiare, sarebbe a dire che sta per piovere. Entriamo da Granny.

“Suoni ancora la Strat?” chiedo così per dire, qualcosa che non riguardi il tempo

“ Tra Your New Sounds e i check , a stento riesco a pisciare. Esiste la Strat ma non ricordo dov’è. Siamo diventati adulti senza accorgercene. Ah, bullshits…parliamo piuttosto di Molko. Com’è andata con il press office? L’intervista è stata accettata integralmente?”

“ Dopo un paio di mesi e una cinquantina tra mail e telefonate, è stato raggiunto un accordo accettabile. “

“Ahahah, questo non è accettabile per te, lo so.”

“ Potrei fare la solita, noiosissima intervista concordata e non ne uscirebbe nulla. Cose sentite e risentite alla nausea. Non scrivo per una fan community né mi interessa sapere come se la passa Brian nella sua vita privata”

“ Ci siamo, possiamo scendere”

L’hotel è dominante e torreggia dall’alto, portieri in livrea attendono all’entrata, imperturbabili e cortesi. Ci avviciniamo alla reception, mancano pochi minuti alle 3 e una signora molto posh ci introduce nella tearoom, sussurrando che Mr. Molko ci raggiungerà in pochi minuti. Poi, chiede, impercettibile se, nell’attesa, desideriamo qualcosa. Temo a ragione per Edward che, serafico, ordina una Guinness. Da ex country girl, sento le guance avvampare mentre la Signora Posh chiede dettagli sulla taglia della birra. Aspetto, sudando, che esca, poi sibilo a Ed “faresti sentire inadeguata anche la Regina.”

3.30 p.m. Di Mr. Molko, nessuna traccia. Edward sta sorseggiando la seconda Guinness, io il secondo espresso. Sfoglio nervosamente la mia moleskine, tutti gli appunti, tutte le domande, tutte le perplessità. Non c’è nulla di personale nelle notes che ho schizzato qua e là. Chiedere a Molko di Molko potrebbe rivelarsi una caduta nel vuoto. Indubbiamente, l’attesa, come qualsiasi attesa, m’irrita. E poi penso: he’s a star.

Ed, che ha quasi raggiunto il nirvana post digestivo, socchiude gli occhi e bofonchia “Ruined in a Day”dei New Order. Io non reggo, esco dal maniero, e divoro una sigaretta. Affanculo, sono già le 4 di un pomeriggio fuori luogo e fuori tempo.  Piove a piccoli sputi, e così potrebbe andare avanti per ore.

Sono all’ultima boccata di nicotina e di nebbia. Il fumo si confonde nel vapore e mi arrossa gli occhi. Poi, mentre cerco un portacenere, eccolo, a un metro di distanza. Così, davanti a me, spegne il mozzicone nel portacenere che non avevo visto.

Mr. Molko entra, di fretta, in hotel.

Io, lentamente, lo seguo. Lui si avvicina alla posh madam e chiede qualcosa. Lei, sinuosa e sorridente, lo accompagna alla tearoom. Mi accodo, entro e aspetto che Edward ci presenti.

Ed, si alza di scatto, come risvegliato da un fantasma. Seguono i convenevoli di rito. E, a questo punto, tutto potrebbe avere inizio. Se solo trovassi la moleskine. Cerco ovunque, negli angoli del sofa, delle poltrone, sotto i tavolini, dietro le tende. Dentro la borsa. Ma nulla. Edward è sul punto di esplodere. Brian se ne sta dritto sul sofa e sorride.

“Sono desolata” dico con un filo di voce.

“Dispiace anche a me…non ho molto tempo da dedicarvi” sottolinea Brian.

“Bene, spero che il tempo di rispondere a un paio di domande, lo trovi. Non avrei, in ogni caso, seguito l’intervista concordata.”

“Mi sembra un buon inizio…dunque, da dove partiamo? ridacchia Mr.Molko

“ Dal 1996. L’anno di “Placebo” e poi, a distanza di due anni di “Without You I’m Nothing.”

A quel tempo, avete sbalordito le scene internazionali con i vostri due primi lavori. Io stessa ero convinta che voi foste una fortunata anomalia nell’indie di quegli anni. Poi, cos’è successo in realtà?

“ Stai dicendo che tutto quello che abbiamo fatto dopo era roba di massa? Già sentita e vista?

“ Non sono di questa opinione. Ma molta critica e pubblico la pensa così. Tu stesso, in un’intervista, non molto tempo fa, hai ammesso che non amavi più ascoltare i Placebo. Puoi chiarire?”

“Ci sono stati momenti difficili, legati alla pressione che le grandi label  ti sottopongono. Sei con le spalle al muro, non hai una grande libertà creativa, segui il biz . Non riesci a evolverti o a cambiare. Perché molta gente non ama il cambiamento. Vuole fermare il tempo e tu ti ritrovi, immobile, che annaspi in cerca di un emergency exit.”

“Al di là delle pressioni delle major, ho sempre trovato all’interno di ogni vostro album, qualcosa, fosse semplicemente un riff o un intero brano, di autentico, di puro. Qualcosa che il tempo non avrebbe intaccato. Tracce di bellezza sparse qua e là. Che cos’è per te, la bellezza?”

“Bosco, per esempio. Qualcosa di così personale, così importante da non potere non essere raccontato. E’ il nostro classico, un brano che racconta una storia di rimpianti, di scuse e di gratitudine. E’una storia complicata come tutte le storie. Le persone s’intrecciano ai sentimenti, si aggrappano al passato. Si arrampicano a chi credono di amare fino a svuotarlo,

a prosciugarlo di ogni forza. Fino a succhiarne l’anima. Sono vittime di un danno diverso. No, “Bosco” non è una love song come “Without You I’m Nothing”.

“ Certo, se penso a “Without You I’m Nothing”, a quel dritto nello stomaco capace di paralizzarti, a distanza di quasi vent’anni…be’resta un brano di una bellezza sconcertante. Forse il vostro primo classic“

“ Forse, vent’anni fa per come vivevo le emozioni, le passioni, le relazioni in genere, lo era. “Whithout You I’m Nothing” non ha mezzi toni, è un brano decadente e scuro. Visionario, se vuoi, e opaco. Comunque raccontava una dipendenza e sì, in questo senso, un amour fou.

“Questo amour fou lo senti ancora? Cos’è diventato, musicalmente? Sai, c’è un vostro brano che ho amato molto, che amo molto, “I Know”, uno dei vostri primi lavori.  Per me è stato scoprire all’interno di “Placebo” un’altra track irripetibile. E, anche in questo caso, parli di una passione a senso unico. Una storia che finisce con fragore…

“Nessuna storia finisce in silenzio. Il silenzio c’è prima, prima della fine, intendo. “I Know” l’ho scritto sulla mia pelle ispirandomi a una telefonata tra me e la persona con cui ero coinvolto. Sapevo che ero alla fine ma mi sentivo ancora agganciato a questa relazione consunta. Ero fuori luogo, fuori tempo, completamente solo in un rapporto ormai inesistente. Se dovessi riscriverla ora, “I Know”, sarebbe priva di tutto il noise che ci sparammo dentro all’epoca.”

“Avete un vero talento nel riprendere i vostri vecchi lavori e destrutturali. Alcuni sono irriconoscibili come succede spesso nelle vostre unplugged sessions.”

“Cosa ne pensi?”

“Be’, nel corso degli anni, credo sia quasi inevitabile la tentazione di ascoltare con altri occhi. Penso a “Meds” che è diventata da easy pop song a un brano quasi intimista…”

“ Come diceva David, quando qualcosa funziona: cambiala. Ora, però non vorrei parlare di David”      

“ Per una volta, eviteremo. Un’ultima domanda. Ormai, a distanza di 20 anni, si continua ancora a parlare di Molko prima ancora dei Placebo. Sembra che tu, soprattutto agli inizi della tua carriera, abbia dato fondo a tutto il tuo glamour purché ci si ricordasse di te. Non credi, forse, che questo abbia penalizzato il tuo percorso musicale?”

“Ora ho un make up molto più leggero del tuo. Significa che la mia musica sta migliorando. Non credi?”

“The Imaginary Brian” è un’intervista di pura invenzione così come il personaggio di Edward e il magazine “Your New Sounds”.

Credits: Placebo (1996, Delabel)

Without You I’m Nothing – Without You I’m Nothing (1998, Virgin Records)

Bosco-Loud Like Love (2013, Universal Music, Virgin EMI)

I Know- Placebo (1996, Delabel)

Meds – Meds (2006, Virgin Records)

  

David Bowie is

David Bowie

Mambo exibition

A strange movie in which everybody, for a while, could play a role in Bowie’s life.
Things, words, clothes, masks, puppets, costumes, guitars, words on paper
Giant pictures, parts of him, part of us
Everywhere’s full of
Shapes,
Colours
Sound
Visions
This is a strange movie in which “David Bowie Is”
Everybody.

First scene.

Exterior day. Bird’s eye view of a crowd queueing out of a building, probably a museum. It’s a rainy day, wet and grey and an invisible veil shrouds people and blurs eyes. It’s like all colours vanished into the mist.
From below, the queue is moving slowly and everyone is looking at the front of it.
There is a man in front of me but I can only see him from the back. He is wearing a grey coat and grey hat. Then, he looks around and comes out of the queue, simply crossing it.
“Wait, sir” – I shout – “there’s a fucking queue here. Didn’t you see it?”
No replay. People are staring at me. I don’t know why. “Did you see him”- I ask – that grey man in front of me? He just crossed the queue and walked in!”
A woman turns to me and says: “there was no man near to me, Madam. There’s only my friend here. And she’s a woman, as you can see.” I don’t know what to say. I feel confused and embarassed but heaven knows I saw that man.

Second scene.

I enter the Mambo Museum. I can finally enjoy and experience “David Bowie Is” exhibition.
But it’s too crowded here and I can’t move, can’t speak, can’t walk.
I can’t see.
(and I tell myself “I don’t know who I am”)
I can only feel this unbearable heat.
Shoulders, arms, backs, legs. Faces. Eyes. They’re sticking together.
I’m stuck in the crowd and desperately look around in search of an empty space and, suddenly, I see him again. The grey man is sitting in a corner, looking around. He is not wearing headphones : he prefers holding them. So, I try to take a step towards him but I’m “paralyzed” by this huge crowd of people. In a heartbeat, I lost him again. I look everywhere but he’s gone.
I don’t say a word: none will believe me. Throw on the headphones provided by the museum and listen. I can’t hear any sound. Turn it off and then back on. No way, still silence. And then suddenly, from behind I hear a music I know and a voice I love.
Someone is speaking (to me?), saying: “the stars must stick toghether. We live closer to the earth, never to the heavens. That’s why you cant’move: be careful with the glue, next time. Look around, can you see a set of keys.? It must be hidden somewhere in this strange place. And I can’t find it”
“Your house keys, sir?”
“ Yes, there’s stuff at my Berlin apartment I need. I left there so many memories I could not pack.”
“Let me see, sir.”

 

Third scene

I think I’m crazy but , anyway, I take off the headphones and I ask my fiancé if he saw a set of keys.
“Here they are”- he answers pointing a case- “the keys to Bowie’s apartment in Berlin”

I’m shivering, need to get far away from here.
Running fast, flying over the stars, stepping through the door.
Then, the grey man ( I can’t still see his face) whispers:
“And you’re floating in a most peculiar way
And the stars look very different today
For here
Are you sitting in a tin can
Far above the world
Planet Earth is blue
And there’s nothing you can do.”

“Go on, sir, you got to be kidding me but I can’t stand this joke anymore”
“Do you know why I’m here?” he asks
“ No, unfortunately” I replay
“ I love watching, Madam. Things, people… everything, everybody. I who always loved the stars, now I miss the sun the rain, the clouds. And Madam, the smell of the skin, the perfume of my wife’s hair . If I’ll never seen the english evergreen, I’m running to, it’s nothing to me, it’s nothing to see…I thought, not long ago. The fucking truth is that I was only trying to soothe my soul. So, I come here everyday and watch. Photos, roughs, sketches, costumes, movies. Myself. And I can see everything, foresee every thought, word, move. I can’t give everything away. “Seeing more and feeling less, saying no but meaning yes, this is all I ever meant. That’s the message that I sent “
“I don’t know much about you, sir.”
(and maybe he’s criying but I can’t look him in the eye)
“I’ve got scars that can’t be seen
I’ve got drama can’t be stolen
Everybody knows me now.” he says and goes away.
And just as I’m trying to understand what’s happened, a man quickly comes out of the museum. He’s one of the staff and asks:
“Where’s the grey man?”
“He’s gone away…tell me, do you know him?”
“Oh, yes, Madam, he comes here every day because, he says, he loves watching. He forgot his white cane in the museum”
“My God…what’s this?”
“Can’t you see, Madam? Mr. Jones, Robert Jones, is blind.”

Bowie’s songs used in this script are: “Heat” from “The Next Day” (2013)- “The Stars (are out tonight)” from “The Next Day”( 2013) – “Space Oddity” from “Space Oddity” (1969)- “Dollar Days” from “Blackstar” (2016)-“I Can’t Give Everything Away” from “Blackstar”(2016)- “Bring Me the Disco King” from “Reality”(2003)- “Lazarus” from “Blackstar” (2016)


italiano

“David Bowie Is”
è uno strano film in cui chiunque, per un attimo, può avere un ruolo nella vita di Bowie.
Oggetti, parole, abiti, burattini, costumi di scena, chitarre, parole su carta
Manifesti, parti di lui, parte di noi
Ovunque è pieno di
Forme
Colori
Suoni
Visioni
Questo è uno strano film in cui David Bowie è… tutti.

Prima scena.
Esterno giorno. Vista dall’alto, una folla in coda lungo l’entrata di un edificio, probabilmente un museo. E’un giorno piovoso, umido e grigio e un velo invisibile avvolge le persone e offusca la vista. E’come se ogni colore fosse svanito nella nebbia.
Dal basso, la fila si muove lentamente e ognuno guarda la fine della coda. C’è un uomo davanti a me ma lo posso vedere solo di schiena. Indossa cappotto e cappello grigi. Quindi, si guarda intorno ed esce dalla coda. Semplicemente, la supera.
“Aspetti, signore”-grido- “c’è una fottuta fila qui. Non l’ha vista?”
Nessuna risposta. Tutti mi fissano. Non so perché. “L’avete visto”-chiedo-“quell’uomo in grigio davanti a me? Ha appena superato la fila ed è entrato.”
Una donna si volta verso di me e dice:”Non c’era nessun uomo accanto a me, signora. C’è solo la mia amica qui, e come può vedere, è una donna.”
Non so che dire. Mi sento imbarazzata e confusa ma Dio sa che ho visto quell’uomo.

Seconda scena.
Entro al Mambo, finalmente potrò godermi “David Bowie Is” exhibition.
Ma è troppo affollato qui. Non posso muovermi, non posso parlare, non posso camminare.
Non posso vedere.
(e mi dico “non so chi sono”).
Sento solo questo caldo insopportabile.
Spalle, braccia, schiene, gambe. Facce. Occhi. Tutto si sta appiccicando.
Sono incollata alla folla. Cerco disperatamente uno spazio libero quando, all’improvviso, lo vedo di nuovo. L’uomo in grigio. E’ seduto in un angolo e guarda attorno. Non indossa gli auricolari in dotazione, preferisce tenerli in mano. Cerco di raggiungerlo ma sono paralizzata dalla folla e, in un attimo, l’ho perso di nuovo.
Non dico una parola, nessuno mi crederà. Indosso le cuffie in dotazione e ascolto. Nessun suono. Spengo e riaccendo. Niente da fare, ancora silenzio. E poi, all’improvviso, alle spalle sento una musica che conosco e una voce che amo. Qualcuno sta parlando (a me?) e dice: “le stelle devono appiccicarsi l’una con l’altra. Viviamo troppo attaccati alla terra, mai al cielo. Per questo, non riesce a muoversi. Stia attenta alla colla, la prossima volta. Dia un’occhiata, vede un mazzo di chiavi? Dev’essere nascosto da qualche parte in questo strano posto. Non riesco a trovarlo.”
“Le sue chiavi di casa, signore?”
“Sì, ci sono ancora delle cose che mi servono nel mio appartamento di Berlino. Ci ho lasciato così tanti ricordi che non riesco a metterli in valigia.”
“Mi faccia vedere, signore.”

Terza scena.
Credo di essere pazza, in ogni caso mi tolgo le cuffie e chiedo al mio fidanzato se ha visto un mazzo di chiavi.
“Eccole qui”- risponde indicando una vetrina- “le chiavi dell’appartamento berlinese di Bowie”.
Ho i brividi, devo andarmene da qui.
Correre veloce, volare sopra le stelle, attraversare la porta.
E l’uomo in grigio (non posso ancora guardarlo in volto) mi sussurra:
“stai fluttuando in un modo davvero strano
e le stelle sembrano così diverse oggi
perché stai seduta su un barattolo di latta
lontano sul mondo
e la Terra è blu
e non c’è nulle che tu possa fare…”

“Continui pure, signore, ma non riesco più a reggere questo gioco.”
“Sa perché sono qui?” chiede.
“No, sfortunatamente.”
“Mi piace guardare, signora. Le cose, le persone. Ogni cosa, ogni persona. Io, che ho sempre amato le stelle, sento che mi manca il sole, la pioggia, le nuvole. E, signora, l’odore della pelle, il profumo dei capelli di mia moglie. E se non dovessi più vedere i sempreverdi inglesi dove sto fuggendo, non importa, non c’è nulla da vedere…così pensavo, non molto tempo fa. La dannata verità è che cercavo solo di consolare l’anima. Così, vengo qui ogni giorno e guardo. Photo, disegni, schizzi, costumi di scena. Me stesso. E posso vedere ogni cosa, prevedere ogni pensiero, parola, mossa. Non posso gettare tutto al vento.
Vedere di più e sentire di meno, dire di no ma intendere sì. Questo è tutto ciò volevo dire. Questo è il messaggio che ho inviato.”
“Non so molto di lei, signore.”
(E forse l’uomo sta piangendo ma non posso guardarlo negli occhi)
“Ho ferite che non possono essere viste
ho un dramma che non può essere rubato
tutti mi conoscono, ora.” Dice. E se ne va.
E mentre sto cercando di capire cos’è successo, un uomo esce di fretta dal museo. Fa parte dello staff e chiede:
“Dov’è l’uomo in grigio?”
“Se n’è andato…mi dica, lo conosce?”
“Oh, sì signora, viene qui ogni giorno perché dice che gli piace guardare. Ha dimenticato il suo bastone nel museo.”
“Mio Dio, cos’è questo?”
“Non capisce, signora? Mr.Jones, Robert Jones, è cieco.”

Bowie’s songs used in this script are: “Heat” from “The Next Day” (2013)- “The Stars (are out tonight)” from “The Next Day”( 2013) – “Space Oddity” from “Space Oddity” (1969)- “Dollar Days” from “Blackstar” (2016)-“I Can’t Give Everything Away” from “Blackstar”(2016)- “Bring Me the Disco King” from “Reality”(2003)- “Lazarus” from “Blackstar” (2016)

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