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B for Bowie?

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F for Fake è il titolo dell’ultimo film firmato da Orson Welles nel 1973.
Fin dagli esordi, maestro incomparabile della finzione, con l’indimenticabile War of the Worlds, (trasposizione radiofonica del romanzo fantascientifico di Herbert George Wells), nel 1938, il giovane Orson provocò un’autentica ondata di panico in gran parte degli USA annunciando l’arrivo degli Alieni. Con un solo strumento mediatico a disposizione e la descrizione minuziosa e compiaciuta di episodi assolutamente inventati, Mr. Welles imparò la fama e assaggiò il potere assoluto della verosimiglianza. A chiusura della sua carriera visionaria, costellata da buone e cattive stelle, ecco il sorprendente F for Fake (dalla pessima traduzione italiana “F come Falso”). Più di un reportage, meno di un film, racconta in un continuo scambio di piani narrativi, la sottile linea rossa tra true/false. Oggetto d’indagine: l’arte.
Falsa/vera, adulterata/riconosciuta, equivocata /rivelata, mercificata/purificata…mai svelata.
In questo who’s who? o what’s what? dal cast non completamente accreditato, in cui chiunque poteva essere l’altro,
credo che Mr. Bowie potesse sentirsi perfettamene a suo agio. Tra alieno immateriale caduto sulla terra in cerca
d’acqua e battezzato dall’umanità al piacere dei vizi terrestri, tra volto dipinto con make up astrali e sguardi in cerca di
rebel-rebel in terra, tra glam androgino, eccessi barocchi e occhi, senza trucco, dritti su un muro reale, da abbattere
anche a colpi di musica…e poi via la zazzera rossa, via i costumi da scena, via i calchi dal volto…Ziggy ha funzionato,
va cambiato.

Who’s who? Who’s Bowie?

“I’m an actor”, rispondeva. Non nel senso letterale ma più ampio, quello per intenderci dell’interpretazione artistica
oltre i cliché. L’arte è sempre altro da sé. E’ rappresentazione, cambiamento, maschera, contaminazione.
E’un genere, è molti generi. E’l’origine di molte forme, spesso così differenti da dubitarne l’originalità.
E’lo sguardo che in quell’istante catturi e, solo in quell’istante, durerà. E’l’intreccio più affascinante con la vita perché è
il suo alias. E’ l’arma più potente contro la morte perché ne è solo la rappresentazione. E Mr. Bowie lo sapeva.
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B for Bowie?
F for Fake is the last major film directed by Orson Welles in 1973.
Since his beginning, he earned the fame of master of the fiction thanks to “The War of the Worlds” (radio adaptation
from the H.G. Wells novel) that caused a big wave of panic announcing an extra-terrestrial invasion. At the end of
Orson’s career, here is the amazing “F for Fake”. More than a reportage, less than a film, it talks about authorship and
authenticity in art. In these continuous who’s who? or what’ s what?, I think of Mr. Bowie as a perfect actor, in that
cast, playing the role of himself.

Who’s who? Who’s Bowie?

I’m an actor- he said. Not literally but in a larger sense, the artistic one with its open meaning beyond cliché. Art is
never the same one. It’s representation, changement, masque, contamination. It’s a genre. It’s many genres. It’s the
origin of so many forms, all so different to doubt about that.
It’s the glance you can keep at the moment and lasts just for a while. It’s the most seducing bond with life because art is
a life alias. It’s the strongest weapon against death because art is only her representation. And Mr. Bowie knew this.

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